DOUG WILLIAMS

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di Edoardo Macaluso

Fondamentalmente scettico.
Crede di vivere a Germignaga (VA) e dubita che la sua laurea in filosofia possa servire a qualcosa. Adora le persone che gli devolvono soldi; sa anche che le persone di solito non leggono le presentazioni degli autori (e se le leggono non le prendono sul serio) ma pensa che valga comunque la pena fare un tentativo.

 

"E intanto vedevo la cenere che si perdeva nel vento.
Ecco tutto quello che mi rimane, pensavo."
Doug Williams (Valentine, Nebraska 1925-1967)

Era un periodo che stavo leggendo solo libri in cui lo scrittore racconta quello che fa durante la giornata, le telefonate che riceve, che libri sta leggendo, e non si capisce se si sta inventando tutto oppure veramente fa quelle cose.
Io mi ero alzato la mattina presto per prendere il treno per Milano e mi ero portato dietro "Malattie croniche" di Doug Williams.
Avevo finito da pochi giorni "Mattatoio n° 5" di Kurt Vonnegut e avevo deciso che era giunto il momento di affrontare Doug Williams, un romanziere americano che dopo il primo libro ha pensato bene di dare fuoco alla sua casa, moglie e figlio compresi. Nessuno ha mai capito il motivo, anche perché subito dopo Williams si è suicidato impiccandosi ad un albero. Williams abitava in una casa isolata alla periferia di Valentine, e i vicini si sono accorti del rogo quando ormai era troppo tardi. Non deve essere stata molto piacevole la scena che si sono trovati di fronte i pompieri, lo scrittore che pendeva torvo da un albero e i due corpi dei parenti ormai consumati dal fuoco.
Pensiero poco gradevole la mattina presto.
Non che Williams abbia avuto molto successo al di fuori del suolo patrio: la vecchia enciclopedia che ho a casa gli dedica poche righe, e non dice neanche una parola sul rogo. D'altra parte a Vonnegut ne dedica ancora meno.
Le luci del treno mi rendevano quasi impossibile dormire, così ho aperto il libro, nonostante il sonno e il cielo di ottobre che dal finestrino non lasciava intravedere nulla di buono. Certo non era mia abitudine alzarmi presto e quella mattina avevo più di una ragione per voler rimanere a letto: stavo elaborando un lutto.
Il fatto è che qualche giorno prima io e Marta ci eravamo lasciati.
Forse quello che mi spaventava di più era il fatto che in fondo ero stato io a volerlo ma la cosa mi aveva lasciato una sensazione di vuoto pneumatico che non riuscivo del tutto a spiegarmi.
Insomma, Williams è quel tipo di scrittore che si affronta quando si ha voglia di farsi del male gratis, di quelli che più li leggi più ti resta quel retrogusto amaro sulle labbra. Aveva un modo strano di scrivere, qualcosa che ti rimane appiccicato come la salsedine d'estate…

Frank riappese lentamente il ricevitore, con una stanchezza quasi endemica, e si guardava intorno girando la testa ancora più lentamente e io pensavo che forse non si rendeva conto di quello che stava realmente succedendo, questo pensavo, che si era ridotto ad un automa e che mi veniva da invidiarlo. (da Malattie croniche)

Il treno si muoveva pigro e io pensavo che in fondo Marta non aveva poi tutti i torti e che forse non lo sapevo nemmeno io cosa volevo.
Alla fine è il classico problema della scelta che si risolve nel paradosso poco mattutino per cui la vera libertà è assenza di scelta. Come dire, se vuoi essere libero non fare nulla, che in sé non sarebbe neanche male non fosse per il rompimento di coglioni.
La verità è che non potevo accettare il fatto che Marta non capisse, o che non volesse capire.

- Che c'è di male nel voler far felice una persona?-
- Ma lui crede che…-
- E allora?-
- Ma non è vero!-
- La verità non esiste. Ognuno si inventa la sua.- (da Malattie croniche)

"Malattie croniche" ha avuto un successo enorme negli Stati Uniti , specialmente nell'ambiente universitario, tanto che il suo stile è stato più volte paragonato dalla critica alla scrittura visionaria di Vonnegut. Ma per dire le cose come stanno, ero più interessato alla sua storia personale che al libro in sé.
Il treno ci stava mettendo una vita, e io mi perdevo sempre più spesso in pensieri inconcludenti che il più delle volte riguardavano me e Marta.
Così quando sono sceso dal treno, finalmente in una Milano Porta Garibaldi affollata, avevo già chiuso il libro nel mio zaino e deciso di comprare il Corriere giusto per leggere qualcosa in metropolitana.
La banchina di Garibaldi era affollatissima, improponibile anche solo pensare di trovare un posto per sedersi e leggere il giornale.
Solo in università, prima di entrare in aula ho avuto il tempo di dare uno sguardo veloce alle notizie, fino a che, nella cronaca , una notizia ha attirato la mia attenzione.
"Tragedia della follia ieri sera a Recale (CE). G.M., 46 anni, dopo una banale lite famigliare, ha appiccato il fuoco al suo appartamento uccidendo la moglie e la figlia di pochi anni. Il folle gesto sembra debba essere ricondotto alla depressione che da tempo affliggeva l'uomo che era anche in cura presso la asl locale. Dopo aver assistito al rogo l'uomo si è tolto la vita".
(dal "Corriere della Sera" 18/04/2001)
Mi sono acceso una sigaretta, osservando il fumo salire lento fino al soffitto.